L'invenzione della realta'
 Molti l'hanno detto "magico" quel momento in cui, spente le luci e alzato il sipario, appare "il teatro". Non ancora l'attore, non ancora l'azione - ma proprio "il teatro": quell'irrealtà che, come i sogni, ha tuttavia consistenza e lusinga di mondo reale, e che in un solo colpo d'occhio, tutto insieme, chiede d'essere compreso e accettato.
Magico e pericoloso momento perché, come nelle prime parole di un libro si decide l'interesse del lettore, così esso decide dell'interesse dello spettatore, della sua cattura o del suo allontanamento. Momento terribile, per chi fa teatro, glorioso per lo spettatore che ha solo quell'istante per cogliere una fascinazione e compiere una metamorfosi. Non accadrà più, infatti, nel corso dello spettacolo, che il teatro, la sua essenza, la sua definizione, diano rappresentazione di sé; e per questo ci si chiede che cosa, in quel "magico momento", lo rappresenta, lo incarna: a ben vedere, solo un fatto, una costruzione scenografica.

È la scenografia, realmente, che gioca quella scommessa decisiva: è la sua capacità di mutare un rettangolo in un "mondo" che si annuncia, quel che è messo a prova. Ammiriamo subito, all'alzarsi del sipario, la creatività e il talento di un tale demiurgo; ma quanti veramente sanno della fatica, dell'intelligenza, della perizia del costruttore? Ci stupisce il risultato, ma potrebbe forse meravigliare ancor di più assistere, conoscere il processo della costruzione scenografica che è un'arte (si chiama "scenotecnica"), ed è certamente antica come il teatro stesso.
Si celebra in falegnameria, ma con una certa impurità per chi ha memoria di polvere e trucioli di legni dagli odori inebrianti e rari; perché spesso si tratta di un laboratorio, con apparecchiature anche raffinate, tecnologicamente attrezzato per la lavorazione di materiali diversi e nuovi; un atélier, com'è anche detto, che per certi tratti può ricordare uno studio d'architettura, di ingegneria.
È questa la sensazione che si coglie entrando in uno dei più importanti laboratori italiani di scenografia, “Props and Decors" di Giuseppe Rombolà; è sensazione che dice quale arte difficile, complessa, articolata qui si eserciti e si lavora.


L'attività ebbe inizio nel novembre 1986, acquisendo un "curriculum" assai ricco: Sono state realizzate scenografie, costruzioni, allestimenti eventi, per il Teatro di Roma, gli Stabili di Bolzano e Parma, il Covent Garden, il Carlo Felice di Genova, la Contrada di Trieste, il Teatro della Tosse di Genova, per la compagnia di Vittorio Gassman, Giulio Bosetti, Franco Parenti, per il Petruzzelli di Bari, il Ponchielli di Cremona, il Regio di Torino, l'Opera House di Londra, la Rai, Mediaset, per l’Orèal, Costa Crociere ,Camel, Mercedes, Lottomatica e altri.
Altresì ci sono state delle collaborazioni con scenografi , registi architetti come Emanuele Luzzati, Gianfranco De Bosio, Maurizio Scaparro, Lorenzo Ghiglia, Gianfranco Padovani, Franco Zeffirelli, Hyden Griffin, Louis Falco, Luigi Squarzina, Capellini e Licheri, Armando Nobili, Claudio Brigatti, Felice Notaranni, Enrico Dusi, Renzo Piano, Ettore Sottsass e, grazie alle esperienze internazionali, di grande rilievo è stato il compito di Giuseppe Rombolà, di insegnare Costruzioni Teatrali, presso il “River Side Studio” di Londra.


Più che l'orgoglio del successo, c'è in Rombolà (formatosi come falegname, attrezzista, macchinista, direttore di scena nel Teatro Stabile di Genova), la soddisfazione di essere riconosciuto come erede della grande tradizione italiana dell'arte della scenotecnica. Il costruttore di scenografie sa, forse meglio di chiunque altro, che il palcoscenico, il teatro - la sua misura e forma, il suo spazio - sono, nella realizzazione dello spettacolo, prescrittivi come la rima in poesia; e sa che il teatro, il palcoscenico, hanno una misura, uno spazio e una forma che sono organizzati in modo da accogliere un particolare tipo di spettacolo per il quale propriamente sono nati e non altro, che richieda diversa dimensione e diversa organizzazione strutturale.
Sa anche che si possono violare i vincoli della rima, ma solo se c'è un artista in grado di farlo: un artista dotato della capacità rara di cogliere nel "vecchio" la tendenza verso il "nuovo" che in esso sempre si nasconde e opera, e su questa estensione di possibilità interviene in modo da non generare rotture, violenze, ferite.
Per questo Rombolà non prende partito, per così dire ideologico, a favore della tradizione o dell'innovazione ad ogni costo dal momento che, abile su entrambi i versanti, possiede ancor più l'arte, il gusto, la competenza per saper coniugare entrambe le esigenze, per sapere innestare il "nuovo tecnologico" sulla sicura radice della tradizione, dell'antico mestiere. E forse qualcosa di ancora più raro e prestigioso: l'abilità di dare all' “antico” funzionalità nuova, esito tecnologicamente innovativo.